Massimo Damiano

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MASSIMO DAMIANO

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C'è un momento in cui tutto è ancora aperto.

Un’identità non è ancora un’identità, un progetto non è ancora un progetto, le parole non sono ancora quelle giuste.

Dura poco. Io lavoro lì. E ci resto anche dopo. Ovviamente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quattro. 

Non una di più, non una di meno. Per ora.

Segni, Parole, Trame, Identità. Ci sono arrivato dopo anni. 

Non escludo di doverci tornare.

 

Segni.

Comunicano sempre qualcosa. Anche di notte, anche quando il negozio è chiuso, anche quando tu stai pensando ad altro. Un carattere tipografico sbagliato può fare sembrare una pasticceria artigianale uno studio commercialista. Un colore fuori posto può trasformare un messaggio di benvenuto in una minaccia velata. 

I segni non aspettano istruzioni, parlano per conto loro, con o senza il tuo consenso.

 

Parole.

Hanno sempre un significato. Il guaio è che ne hanno sempre anche un altro, nascosto sotto, pronto a emergere nel momento sbagliato. “Ristrutturazione” suona come opportunità fino a quando non tocca te. “Autentico” è diventato la parola preferita di chi non lo è. Le parole hanno una storia, una reputazione, dei pregiudizi. Bisogna frequentarle prima di usarle. Come certi vicini di casa.

 

Trame.

Sono quello che non si vede ma che si sente. Il filo che attraversa un progetto, una campagna, un sistema visivo, e li tiene insieme senza mostrarsi. Sono come la struttura di un romanzo. Nessun lettore la vede mentre legge, eppure è quella che decide se arrivi all’ultima pagina o lasci il libro sul comodino per sei mesi con il segnalibro a pagina quarantasette.

 

Identità.

Prima o poi arriva il momento in cui qualcuno ti mostra una foto di te e tu pensi: ma davvero sono così?
Non è una crisi. È una distanza, tra come ti vivi e come arrivi agli altri.
Le persone, le imprese, i luoghi ce l’hanno tutti questa distanza.
L’identità vera non si costruisce. Si riconosce.

 

Io lavoro su tutte e quattro. Spesso nello stesso momento. Spesso mentre ognuna è convinta di poter fare a meno delle altre. 

Quasi sempre hanno torto.

 

Come scelgo i progetti.

Non è mai una decisione unica.

I progetti che mi interessano di solito non sanno ancora esattamente cosa vogliono diventare. È il momento in cui tutto è ancora aperto.: il momento che preferisco.

Non perché il resto sia meno interessante.
Ma perché lì le cose non hanno ancora deciso da sole che cosa diventare.

 

Lavoro con enti, organizzazioni e istituzioni culturali. A volte con imprese, quando il progetto è interessante e non si limita a sembrare tale, che è una distinzione più rara di quanto si pensi. Quello che ne esce può essere un'identità visiva, una strategia di comunicazione, un progetto culturale, un testo che finalmente dice quello che doveva dire. O tutto insieme, il che capita più spesso di quanto sembrerebbe ragionevole.

 

Nel caso ve lo steste chiedendo.

Trent'anni di progetti, di idee, di cose fatte. Esiste anche un portfolio, da qualche parte. Rientra nella categoria delle cose che prima o poi sistemo, insieme al cassetto della scrivania e a quella mail a cui devo ancora rispondere. Quello che ho fatto per altri è un'altra storia. Bella, a tratti complicata, ma un'altra storia. La tua è quella che mi interessa.

Ho anche un curriculum. È su LinkedIn, dove le cose hanno un inizio, una fine, e non finiscono con il segnalibro a pagina quarantasette.

 

Non c'è uno schema.

E per fortuna.

 

Non ho un metodo fisso. Non è una mancanza di struttura, è che i progetti, quando sono interessanti, non si lasciano trattare sempre allo stesso modo.

C’è un inizio che si ripete quasi sempre: stare zitto e ascoltare fino in fondo.
Non per cortesia. Per necessità. Le parole che servono arrivano dopo.
Quelle che hai già pronte di solito arrivano troppo presto.

 

Poi si entra dentro. Senza binari. Senza sequenze già scritte. Ogni progetto ha il suo modo di prendere forma, a volte chiaro, a volte no, a volte entrambi nello stesso momento.

 

Lavoro nel mezzo: tra quello che si sa e quello che ancora non si sa.
Non come fase di transizione, ma come condizione normale.

Il quadro non è mai completo. Ho smesso di aspettare che lo fosse.
 

 

Quasi dimenticavo. 

La porta è sempre aperta. O quasi. Può capitare di trovarla chiusa. In quel caso niente drammi, non serve rompere il vetro (che tra l'altro non c'è, quello a fianco della mia porta non è mio). Una telefonata di solito basta. Per una conversazione, un progetto, o anche solo per capire se ha senso iniziare. 

 

Sul tavolo ho spesso una tisana arancia e zenzero

Non è decisiva, ma aiuta più di quanto dovrebbe.

 

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Per una chiacchierata. 

O per un progetto

Da leggere prima.

O dopo.